il ricordo della storia

prima parte
di Antonio Guiotto
Ho come un ricordo sbiadito di un film, o forse una miniserie americana degli anni novanta, mi pare fosse tratto da un racconto di Stephen King, in cui un gruppo di persone in un aereo si rendono conto che la maggior parte dell’equipaggio, fatta eccezione del capitano, e quasi tutti i passeggeri, sono misteriosamente scomparsi nel nulla. Per tutto il film, si percepisce una sensazione di sospensione, di attesa perenne che qualcosa stia per accadere, lentamente si scopre che, non si sa come, l’aereo è entrato in uno strappo spazio temporale, in un lasso che si trova tra passato e presente, in cui tutto è immobile, e nulla ha un sapore, l’atmosfera i rumori e tutto quanto dovrebbe far percepire la continuità degli eventi pare congelato in attesa di una disgregazione, instabile e immobile allo stesso tempo, senza la vibrazione che siamo abituati a percepire attorno a noi. Il film o la miniserie aveva come titolo I langolieri (The Langoliers), nome delle creature che hanno lo scopo di divorare il passato, una volta che è avvenuto, secondo il racconto, il passato esiste solo nei ricordi e non più fisicamente, per ricreare un equilibrio cosmico, che creerebbe inceppi e conflitti spazio temporali.
Anche se sbiadito, il ricordo di quelle scene sono rimaste sottoforma di sensazione, la stessa che ho percepito ogni volta che mi è capitato di vedere, di vivere un lavoro di Anselm Kiefer, artista tedesco nato nel ’45 a Donaueschingen, ai confini con la Francia. È sempre difficile parlare di qualcosa che non si è vissuto, ma quello che posso immaginare, pensando ad un paese che ha distrutto durante la guerra e che è stato distrutto dalla guerra; è il periodo del dopo, la ricostruzione, con sensazioni di tempo immobile, con lacerazioni, cicatrici geografiche, fisiche e mentali, con sospensioni spazio temporali, dove la desolazione portava a non voler dimenticare, quel passato, spazzato via, e come nel film sopra citato di Tom Holland, probabilmente è stato divorato fisicamente dai Langolieri. Il genere umano ha la capacità di compiere tutto questo ma anche di ricordare, affinché non accada e Kiefer ci riesce con l’Arte. Da bambino ha sicuramente vissuto e visto la ricostruzione del suo paese e nelle sue opere è chiaro e vivo il ricordo di quegli istanti di attesa prima che il panorama di un desolante diluito istante, cambiasse per sempre, e pare che sia lì la chiave di lettura, pare che sia quel voler a tutti i costi
ricordare la storia, ricordare gli errori che lo spinge a lavorare con tanta magnificenza e poetica. Anselm Kiefer pensava di poter salvare l’uomo dalle sue brutalità iscrivendosi a legge, ma presto divenne l’Arte il suo tentativo di redenzione, per se stesso e per gli altri. Si iscrisse al corso di Pittura a Friburgo e dopo alcuni anni, fece l’incontro che gli cambiò la vita, ebbe la fortuna di avere come insegnante prima e amico poi, Joseph Beuys.
Quell’incontro all’età di 27 anni ha significato la comprensione che l’Arte non è solo pittura o scultura, e che non esistevano solo i materiali canonici, come l’olio, il marmo o il bronzo, ma che tutto attorno a se, e la sua memoria, il suo carattere, potevano essere usati per concepire e realizzare ciò che effettivamente avrebbe voluto dire e fare. Il mondo stesso stava cambiando, e l’arte in quel periodo, ne era una testimonianza eccellente, forse più di oggi.
Kiefer dimostra di amare la storia, di amare il ricordo della storia, di voler parlare soprattutto di ciò che ha significato in termini di atrocità, per il suo paese nei confronti del mondo, e amava negli anni ’70 sottolineare in modo provocatorio quel passato che all’epoca era ancora vicinissimo, facendosi ritrarre in foto con pose solenni e saluto romano, di fronte ad edifici significativi della Germania del Terzo Reich, come provocazione nei confronti di una storia che non può essere cancellata. E nonostante una parte della critica tedesca, lo demonizzasse come lui demonizzava il passato, venne invitato a partecipare a Dokumenta nel 1977.
Anselm Kiefer
seconda parte
di Antonio Guiotto
Nei lavori più recenti di Kiefer, quasi mai ci sono persone, ma l’impronta dell’essere umano.Hanno un aspetto che mi ricorda sempre quella sospensione spazio temporale, come immerse in quello strappo in cui sono caduti i protagonisti del racconto di Stephen King, pare tutto ovattato, senza vibrazioni ma con un’instabile imminenza, utilizzando materiali pesanti come il piombo, metallo che per natura assorbe i suoni e dalla duttilità presente, come monumenti in grado di trasformarsi e trasformare lo sguardo nel momento esatto in cui nessuno osserva. Sia nelle tele, che ad un primo sguardo sembrano degli action painting dai colori sbiaditi, ma che, tra le trame i graffi e gli spessori, lasciano intravedere ricordi che non possono essere cancellati, sia nelle sculture dai materiali, per l’epoca inusuali, poveri, ma efficaci, possiamo assaporare una forza che si sposta e resta immobile.
L’Italia ha sempre apprezzato questo artista, fin dalla Biennale di Venezia del 1980, e successivamente per altre due, nel ’97 al Museo Correr e alla 54^ Biennale di Venezia, ha inoltre esposto alla Gam di Bologna ed ha appositamente realizzato il Grande Carico,(die Grosse Fracth) per la Bibblioteca San Giorgio di Pistoia.
Un’altra opera monumentale, forse la più grande realizzata dall’artista, se non si c
onta la grande installazione in cemento armato realizzata nella sua residenza di Berjac, è senza dubbio I sette palazzi Celesti, opera permanente della collezione dell’Hangar Bicocca a Milano, e qui, immerso in un’atmosfera cupa, in quella scatola di lamiera dipinta di nero, svettano le sette torri in cemento armato, in una condizione eterna, senza dubbio l’opera che più di tutte riassume quell’atmosfera Kinghiana prima citata, con una decadenza che non lascia dubbi, con uno spessore simbolico dal forte impatto visivo e percettivo. Ci si avvicina lentamente quasi al timore che un passo sbagliato possa far crollare gli instabili e immobili totem traboccanti di storia, di passato, e di quella condizione di un presente che richiamano un avvicinamento a Dio, come una preghiera concreta e fisica. Alle basi delle torri, resti di un’umanità che potrebbe ricadere in vecchie tentazioni, e se si percepisce anche un minimo anelito di qualcosa che è stato vivo, pare anche questo congelato e bloccato in aria, in attesa di essere divorato e rimanere solo nel ricordo, foglie secche sparse, cornici impolverate e numerazioni dipinte, e una forte tragicità che sottolinea l’appartenenza ad un pensiero, che aumenta la drammaticità nel momento esatto in cui si percepisce l’influenza di Beuys. È appunto tra un momento prima e il presente, quando le cose devono ancora accadere, presenza scenica di uno spettacolo nell’istante che precede l’entrata deg
li attori, e nell’attimo esatto in cui stanno per spegnersi le ultime luci del teatro. Vetri rotti che se calpestati ricorderebbero una ricognizione Stalcheriana, ma sarebbe troppo facile, quella ricognizione potrebbe essere appena avvenuta, e nell’aria qualche particella d’eco impercettibile ma presente, oppure è imminente, e si rimane contratti come nell’attesa di percepire il tuono dopo aver scorto un lampo, ma quel tuono forse, non arriverà mai o anch’esso rimane lì in attesa, per un gioco che è proprio del tempo dell’universo lontano dalla percezione degli attimi umani.
La possenza di un’opera come quella di cui sto raccontando sta nel suo essere eterno, sta nella spettacolarità che non intacca in nessun modo la sua tragicità, che nulla spartisce con certi film che parlano di Ebrei, Nazisti ed Olocausto, non in quel modo proprio del cinema, un diorama dei drammi della Shoah, cicatrici di un paese che fa i conti con un passato che rimane, dove un artista si fa carico di questa tristezza e la esprime attraverso il puro piacere di essere visto, ma che lascia una sensazione che non dimentichi.
Quella presenza che non ti molla neanche un istante, anche nel momento in cui non gli rivolgi sguardi e attenzioni, pare quasi sussurrare una maledizione, una sorta di premonizione e quando sei lì che non vorresti andartene, quel bisbiglio da oracolo che pare citare Giuseppe Tommasi di Lampedusa, e pare che ripeta come un mantra:”tutto deve cambiare affinché nulla cambi” .


